Siciliano: dialetto o lingua?

cartina della siciliaNon si è veri linguisti se non si è letto, almeno una volta nella vita, il libro “Profili Linguistici delle regioni” a cura di A. Sobrero (ed. Laterza). Nel mio caso la regione “incriminata” è, naturalmente, la Sicilia. Il libro sulla Sicilia è del professor Giovanni Ruffino.

Sobrero afferma che le tradizioni linguistiche e culturali delle diverse regioni d’Italia hanno una storia ricchissima e antichissima, che comincia nell’Italia pre-latina, quando le culture furono tante quante erano le numerose popolazioni, resiste agli imperi, alle divisioni e comunità medievali, all’unificazione e arriva ai giorni nostri.

Le tradizioni locali, tramandate non attraverso la cultura “alta” ma con le usanze (e la parlata) della vita quotidiana vissero – e vivono – ancora oggi.

Di cosa parliamo? Di un patrimonio fatto di tradizioni, usanze, riti, feste, cerimonie, canti, proverbi, indovinelli e – soprattutto – di diversi dialetti!

 

Ogni area culturale tradizionale, in Italia, è caratterizzata da un dialetto (in alcuni casi una “lingua”) spesso differenziato in più varietà. Capita di frequente di sentire dialoghi che sono realizzati un po’ in italiano e un po’ in dialetto o addirittura parole o frasi in cui le due varietà si mescolano!

Importante è capire che i dialetti sono varietà linguistiche a sé stanti, e non varietà della lingua italiana. E gli italiani sono, di fatto, bilingui!

Entrando, permettetemi, nell’ambito più tecnico della sociolinguistica, possiamo affermare che l’odierno repertorio italo-romanzo medio rappresenta una situazione di bilinguismo endogeno a bassa distanza strutturale con dilalia. Che vuol dire? “Bilinguismo a bassa distanza strutturale” si riferisce al fatto che noi italiani usiamo contemporaneamente due (dia)sistemi linguistici che sono “simili” tra loro. Tale bilinguismo è di origine “interna” e non frutto di migrazioni o spostamenti (“endogeno”). La dilalia si riferisce al rapporto di status che c’è tra un sistema linguistico e l’altro: entrambe le varietà sono impiegate nella conversazione quotidiana e con uno spazio relativamente ampio di sovrapposizione. Nel nostro caso, anche la varietà “alta” (ovvero l’italiano) è impiegato nella conversazione quotidiana.

Tralasciando argomenti più tecnici, alla domanda “il siciliano è un dialetto o una lingua?” io rispondo che è un dialetto. Ciò non significa che lo consideri una varietà di serie B o che mi vergogni della mia varietà locale. Ahimè, ci furono anni in cui la “buona scuola” (quella vecchia) ci fece vergognare delle nostre varietà locali e tentò in tutti i modi di debellarle! Erano gli anni in cui esisteva l’Italia e l’italiano sulla carta ma in pratica non vi erano né “italiani” né italiano! Il siciliano è un dialetto per il suo status, semplicemente.

Se sei di Palermo e vai alle Poste e parli la varietà palermitana locale, nessuno ha da obiettare. Se sei di Palermo e vai a Cuneo alle poste, che varietà devi impiegare affinché avvenga la comunicazione? Una varietà “alta”, ovvero l’italiano (che comunque non sarà mai perfettamente identica alla varietà dell’italiano parlata dall’addetto cuneese – ma questo è un altro discorso).

Inoltre, pensandoci bene, quello che viene definito “dialetto siciliano” non esiste! Sarebbe un’astrazione! Una Koiné dialettale, quello sì esiste (tratti condivisi da una vasta area). Il “siciliano” non è altro che un insieme di varietà locali diverse tra loro.

Come si dice “caldo” in “siciliano”? Caudu? Cavuru? Casdu? Callu? Sarebbe meglio chiedere come si dice “caldo” dalle vostri parti?

Chiedete ad uno di Salemi cosa voglia dire “midemma” (o videmma, vidé, viré, midé): ignorerà che nelle zone della Sicilia centrale, il termine voglia dire “anche”.

Il dialetto siciliano ha subito nei secoli profonde trasformazioni e tutt’oggi continua a rinnovarsi! Così come esistono vari strati di terreno che si sono depositati durante le differenti eree geologiche, esistono anche vari strati linguistici (per usare la metafora di Sobrero). Per cui la prima causa di rinnovamento è data dal sovrapporsi di diversi strati linguistici!

Da questo punto di vista, il dialetto siciliano è storia! Il dialetto di un popolo è anche la storia di quel popolo. La Sicilia, nella storia, è stata il crocevia di tanti popoli, ha subito diverse dominazioni e influenze. Influenze che hanno lasciato il segno solo in alcune aree (si pensi alle maggiori influenze arabe nell’agrigentino, elleniche nel messinese o latine nella SIcilia occidentale).

La Sicilia è sempre stata esposta ad influssi differenti e alle presenze più disparate: ciò ha avuto, naturalmente, effetti sulla lingua dei siciliani.

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Un commento su “Siciliano: dialetto o lingua?

  1. anonimo peronimo il said:

    Perchè parliamo di dilalia e non di bilinguismo? Perchè oggi la varietà alta che prima era destinata agli usi formali e scritti oggi viene usata senza nessuna sanzione sociale anche nei domini dove un tempo si usava esclusivamente la verità bassa (dialetto).
    Quindi oggi è normale parlare in italiano sia durante una lezione universitaria, sia a cena con amici.

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